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Coronavirus: come sarà la nuova normalità?

Questo periodo sta segnando profondi cambiamenti psicologici e sociali: l’unica cosa certa, è che nulla sarà più come prima.
Alcune idee su come sarà la nuova normalità da questo momento in poi, stanno iniziando a emergere: per questo possiamo provare a fare delle ipotesi.
La prima cosa che ci viene in mente, è che la paura della vicinanza con l’altro, possa persistere a lungo, anche dopo che la fine della pandemia. Allo stesso modo, c’è la speranza di poter vedere emergere un nuovo senso di comunità.
Dopo il Coronavirus, come sarà la nuova normalità?

“Rimodellare” le proprie vite

Un altro aspetto importante, riguarda la capacità di provare a rimodellare la propria vita propria durante pandemia.

Per forza di cose, in questo periodo stiamo tutti acquisendo nuove routine e modi di porci di fronte agli eventi.

Sono in atto, in ciascuno di noi, cambiamenti nel modo in cui pensiamo, ci comportiamo e ci relazioniamo gli uni con gli altri.

Alcuni di questi sono decisi con consapevolezza, mentre altri sono agiti inconsapevolmente ed inconsciamente.

In certi casi, queste variazioni sono temporanee, altre, potenzialmente permanenti. Insomma, in qualche modo, stiamo già ridefinendo la nostra nuova normalità.

Il paragone con il periodo di guerra

Sebbene questa crisi non abbia precedenti, si possono fare paragoni con il modo in cui le persone e le comunità, si comportano quando attraversano lunghi periodi di isolamento e pericolo. Un esempio è lo stato di guerra.
La ricerca sugli effetti delle guerre, dell’isolamento e delle epidemie, assieme alle conoscenze sul Coronavirus, suggeriscono come potrebbero apparire i prossimi mesi.

In questo periodo, la nostra capacità di concentrarci, di sentirci a nostro agio con gli altri e anche di pensare al futuro, può diminuire con conseguenze durature. 

Inoltre, può aumentare il desiderio di rapportarsi a coloro che si trovano nelle vicinanze e prossimità fisica. Il più grande spostamento psicologico in mezzo alla crisi diffusa, può essere verso quello che viene chiamato “comportamento prosociale”.

Si tratta di quei piccoli gesti verso chi abita nelle vicinanze, prendersi cura di chi ha bisogno o portare la spesa agli anziani. Abbiamo molti esempi in Italia, fra cui quello della generosa città di Napoli, dove le persone aiutano i più poveri con la “spesa sospesa”.

Nella condizione di assedio ed isolamento in piccole comunità in cui ci troviamo, i nostri istinti antichi stanno riaffiorando.
Questi cambiamenti nel pensiero, possono riflettere non solo l’altruismo del momento, ma una crescita emotiva più profonda che vada oltre la crisi.
In effetti, i quartieri si stanno riorganizzando attorno a gruppi di supporto locali.

Un mondo aperto a metà

Fino a quando il virus non sarà controllato tramite un vaccino o da una campagna globale di blocchi strategicamente coordinati, che secondo uno studio di Harvard, impiegherebbe due anni ad essere effettiva, è probabile che la vita quotidiana sia scandita da sforzi per gestire la pandemia.
Questo escluderebbe per esempio, le classiche celebrazioni di matrimoni, eventi sportivi o concerti. 
Escluderebbe un pieno ritorno al pendolarismo con il trasporto pubblico. 
Molti centri commerciali, palestre, ristoranti, bar e luoghi di culto potrebbero rimanere completamente o parzialmente chiusi e così sarebbe per molti uffici e fabbriche.
È probabile che i viaggi internazionali rimangano strettamente limitati. In particolare perché le nazioni che hanno sotto controllo i loro focolai, cercheranno di impedire che ne emergano di nuovi.

Navigare a vista

Ci possono essere momenti e paesi in cui le restrizioni si attenuano, sia perché i casi sono diminuiti a livello locale, sia in risposta a pressioni politiche o economiche. 
Tuttavia, finché il virus persiste da qualche parte nel mondo, rimarrà la minaccia di nuovi focolai e lo spauracchio del ritorno al blocco.
I messaggi contrastanti provenienti da funzionari governativi, (che decideranno di volta in volta quali comportamenti valgono il rischio), farà si che il prezzo maggiore ricada sulle persone normali in prima linea. Stiamo parlando in particolare delle professioni che si rapportano al pubblico come nel caso delle persone che lavorano presso negozi, uffici, supermercati, settore dei trasporti, e sanità.
In effetti, anche se i funzionari autorizzano la riapertura dei negozi e dei trasporti, né i dipendenti né i clienti torneranno, se lo considerano pericoloso.

Gestire l’incontrollabile

Gli eventi degli ultimi mesi, sono al di fuori del nostro controllo, e forse anche della nostra comprensione. Comandano le nostre vite e le regolano. Le norme possono cambiare rapidamente.
Perdere il controllo della routine, della normalità, della libertà di connetterci faccia a faccia, può avere ripercussioni profonde. Già si notano i livelli di frustrazione, ansia e depressione con picchi di rabbia ed un aumento dei disturbi alimentari e del sonno in tutta la popolazione.
I bambini possono sviluppare come gli adulti e ancor di più, traumi profondi.
Durante i periodo di chiusura come questa, le persone tendono inevitabilmente a cambiare.
A fine emergenza, “disimparare” il distanziamento sociale, potrebbe non essere così semplice.
L‘uso della mascherine potrebbe restare comunque diffuso, anche dopo l’emergenza pandemica, come già capita nelle società colpite dalle epidemie di SARS e MERS, che continuano ad utilizzarle anche per i raffreddori di routine.
Anche a fine emergenza, l’avversione verso estranei o grandi gruppi e la minaccia di infezione che potrebbero rappresentare, potrebbero risuonare nelle nostre menti per anni.
Mentre i cambiamenti più profondi sono difficili da prevedere, il modo in cui ci rapportiamo fisicamente, porterà con sé nuove modalità e nuovi livelli di interazione.

Accettazione e resilienza

Nei primi stadi di un’epidemia, le persone si sentono combattute tra il voler resistere alla loro nuova realtà o adattarsi ad essa. E’ una lotta, cercando di preservare la normalità, facendo il conto alla rovescia per tornare a quello che ci è familiare.
La liberazione, dicono i sopravvissuti, arriva solo accettando ciò che molti troverebbero impensabile in tempi tranquilli.
Come individui, abbiamo poco controllo sulle forze che minacciando di sconvolgere la vita. Per questo le persone tendono a vivere nel momento.
La pianificazione tende ad essere provvisoria e a breve termine. 
Le persone coltivano momenti di gioia quando il pericolo si attenua, sapendo che potrebbe non durare.
Il dolore scorre in profondità, ma anche la resilienza.
Nei prossimi mesi di pandemia, ciò può significare pianificare eventi come concerti o matrimoni solo a giorni o settimane, poiché le restrizioni aumentano e diminuiscono, sapendo che potrebbero tornare in qualsiasi momento. 
Viaggi, opportunità di lavoro, persino relazioni potrebbero diventare più opportunistiche e di breve durata.

Le ripercussioni psicologiche

Non è detto inoltre che i traumi delle persone emergano durante l’emergenza.
Le persone possono avere in seguito difficoltà a regolare le proprie emozioni. La frustrazione subita può aumentare i livelli di ansia, rabbia e panico.
Potrebbero esserci aumenti nell’insonnia e nell’abuso di sostanze.
Non sappiamo come si tradurranno questi vissuti, ma una cosa è certa: in qualche modo si depositeranno dentro di noi. 
Potremmo invece sorprenderci con la facilità con cui torniamo a molte attività e anzi ce lo auguriamo. 
Tuttavia, un lungo periodo di paura del contatto fisico, potrebbero alterare qualcosa di fondamentale e creare un’ansia che cambierà profondamente il modo in cui le persone interagiscono fra di loro.
Marzia Parmigiani
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2 risposte

  1. Penso che tutti non vediamo l’ora di tornare alle nostre vite e ad toccarci di nuovo. Ma la paura forse, veramente ci accompagnerà a lungo..

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