Coronavirus: è la fine della globalizzazione?

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Coronavirus: è la fine della globalizzazione?

Globalizzazione è stata una delle parole chiave degli ultimi 25 anni.
Può sembrare un concetto strano, ma se ci pensate, qualsiasi esperto di storia dell’economia, vi dirà dirà che le persone hanno commerciato su vaste distanze per secoli, se non per millenni.
Pensate per esempio, al commercio di spezie medievali, la via della seta, o alla Compagnia delle Indie Orientali.
Ma con il Coronavirus: è la fine della globalizzazione? Vediamo qualche scenario ipotizzato dagli esperti.

La globalizzazione in senso moderno

Attualmente, la globalizzazione riguarda le dimensioni e la velocità del business internazionale, che è esploso negli ultimi decenni a livelli senza precedenti.
Andare dall’altra parte del mondo è più semplice ed alla portata di molti. Il World Wide Web, la fine della Guerra Fredda, gli accordi commerciali e le nuove economie in rapido sviluppo, hanno fatto il resto.
Ogni elemento, si è combinato per creare un sistema dove tutti siamo molto più interdipendenti di prima.
In sostanza, ciò che sta accadendo dall’altra parte del mondo, arriva ad influenzare la vita di ognuno di noi.
Ecco perché la diffusione del Coronavirus, o Covid-19 per essere precisi, ha avuto un effetto economico così immediato.

I cambiamenti degli ultimi 17 anni

La professoressa Beata Javorcik, capo economista presso la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, afferma che il ritmo del cambiamento nell’economia globale nel corso degli ultimi 17 anni è stato profondo.
Per esempio, se torniamo al 2003, all’epidemia di Sars, la Cina rappresentava il 4% della produzione globale. Ora la Cina rappresenta quattro volte di più, il 16%.
Ciò significa che qualunque cosa accada in Cina influisce sul mondo, in modo decisamente più incisivo di prima.
La ricchezza e la salute della Cina quindi, contano per noi molto più di quanto non facessero in passato. Tuttavia, non si tratta solo di una questione di dimensioni.
Il nuovo sistema economico globale porta enormi vantaggi, ma anche enormi rischi.
Mentre ha contribuito ad aumentare i redditi, a sviluppare rapidamente le economie e ad eliminare parte della povertà, ha comportato un aumento del rischio di contagio, sia esso finanziario che medico.

Cosa significa quest’ultima crisi per la globalizzazione?

Il professor Richard Portes, professore di economia alla London Business School, sostiene che le cose dovranno cambiare. Le aziende e le persone hanno ora capito quali rischi stavano correndo.
Considerando il commercio, ad esempio, una volta che le catene di approvvigionamento sono state interrotte a causa del Coronavirus, le persone hanno iniziato a cercare fornitori alternativi a casa, anche se erano più costosi.
L”industria manifatturiera occidentale inizierà a riportare a casa il lavoro o a ridistribuirlo. La guerra commerciale (principalmente tra gli Stati Uniti e la Cina), combinata con l’epidemia di Coronavirus, porterà le aziende a riportare in casa le filiali de-localizzate (reshoring).
Questa non è una buona notizia per le economie occidentali, ormai diventate troppo dipendenti dalla globalizzazione.  

La globalizzazione delle persone

La situazione è ancora più complessa. Infatti, gran parte della globalizzazione non riguarda solo lo spostamento di manufatti in tutto il mondo, ma la circolazione di persone, idee e informazioni.
Qualcosa in cui l’Italia e le altre economie occidentali, sono brave.
Molte università europee (specialmente inglesi), sono preoccupate per il numero di nuove iscrizioni alle università di questo autunno.
Molte università dipendono, ad esempio, da studenti cinesi.
L’idea che la globalizzazione riguardi solo lo spostamento della produzione o delle catene di approvvigionamento in paesi asiatici più economici, è troppo semplice.
Ha anche portato a massicci aumenti di studenti stranieri disposti a pagare per studiare nelle nostre università, ed un enorme afflusso di turisti facoltosi che vogliono spendere soldi in Europa. Ciò per ricordare solo due settori (università e turismo) che saranno duramente colpiti dalla pandemia.
Il rallentamento o persino il rovesciamento della globalizzazione colpirebbero molto duramente quei settori.  
Quindi siamo alla fine della globalizzazione? 
Probabilmente no: è troppo importante perché ciò avvenga, ma potrebbe essere rallentata.
La domanda più grande è però: abbiamo imparato la lezione da questa crisi?  Impareremo a individuare, controllare e regolare i rischi che sembrano essere parte integrante della globalizzazione? 
Al momento, la cooperazione e la leadership necessarie per realizzarlo sembrano scarseggiare.
Marzia Parmigiani 
Fonte: Goldin, I., Mariathasan, M. – “The Butterfly Defect, How Globalization Creates Systemic Risks, And What To Do About It”
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