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Coronavirus: la “sindrome della capanna” nella Fase 2

La voglia di uscire, di tornare alla vita di tutti i giorni, idealmente riguarda tutti noi. O quasi: fra dire una cosa e metterla in pratica, le cose cambiano.
Esiste una categoria di persone, che invece ha paura di lasciare la propria casa per andare all’esterno. Questo perché per due mesi abbondanti, non è stata solo dimora, bensì un rifugio: l’unico luogo dove potersi sentire al sicuro.
Non tutti infatti, amano la vita sociale o hanno sofferto così tanto nel rimanere fra le quattro mura, abituandosi velocemente alla condizione di “cattività”.
Per queste persone paura e frustrazione ed il senso di non controllo sull’ambiente circostante per quel nemico invisibile che è il Coronavirus, hanno portato a sviluppare una sindrome.
Oltre un milione di persone in Italia, soffre la sindrome della capanna o del prigioniero: queste le stime secondo la Sip, ovvero la Società Italiana di Psichiatria.
Una sindrome molto popolare negli Stati Uniti, dove in alcune aree, le persone possono restare mesi in casa, a causa degli inverni rigidi.

La sindrome delle lunghe degenze

I lungodegenti degli ospedali, ma anche gli ospiti delle comunità, conoscono la sindrome della capanna. Tuttavia, oggi questa condizione potrebbe interessare molte categorie di persone, anche quelle solitamente in equilibrio e senza particolari problematiche.

Ad esempio, i contagiati Covid-19 costretti alla quarantena, o chi ha subito dei lutti. Non sempre è possibile identificare le cause di questa particolare sindrome, anche perché non tutto passa attraverso la nostra consapevolezza o coscienza: molto riguarda meccanismi inconsci.

 

I segnali a cui prestare importanza

Il Ministero della Salute, a fine aprile ha inaugurato un numero verde di supporto psicologico che nel giro di una settimana, ha ricevuto più di 30 mila telefonate. Le persone riportano i disturbi più vari, come insonnia, rabbia, tensione ed irascibilità. Stati d’animo che continuano a perdurare, nonostante l’inizio della Fase 2 ed un allentamento delle restrizioni. 

La difficoltà di riprendere il contatto con l’esterno

La sindrome della capanna è una situazione allarmante, di cui ha parlato anche l’OMS nella persona di Tedros Adhanom Ghebreyesus.
Infatti, patologie come ansia, paura, disturbi del sonno e dell’umore, fino a disturbi alimentari e dipendenze, stanno avendo un pericoloso picco.
Le motivazioni sottostanti, riguardano non solo il rischio di ammalarsi, ma anche quello di contagiare le persone a cui vogliamo bene. Genitori, nonni, figli, amici.
Un’altra condizione spiazzante, è quella di uscire per trovare un mondo che non ci è più familiare.
Mascherine, barriere di plexiglass, distanziamento sociale. E ancora file e ingressi scaglionati. Nuove regole che ci fanno capire che similmente al dopo 11 settembre 2001, niente sarà più come prima. 

Mettere in discussione la propria vita

E’ davvero probabile che molte persone, rimettano in discussione tutto in questa fase. La verità è che molti, prima del lockdown non erano appagati dalle proprie vite.
Relazioni che in questa chiusura forzata si romperanno, altre che diventeranno più forti. Alcuni cambieranno vita.
Accadrà in molti casi, soprattutto nei rapporti di coppia e convivenza. Anche tra genitori e figli, sarà necessario un riequilibrio.

Il ruolo della resilienza

Se gli ipocondriaci si sono sentiti a proprio agio con la chiusura, i soggetti più a rischio sono quelli con minore capacità di adattamento. La sindrome della capanna, colpisce facilmente persone che già soffrono di problematiche quali, ansia, fobie o consistenti problemi psichiatrici.
In generale, anche persone con caratteristiche equilibrate di personalità e nessun problema psicologico precedente, dovranno  comunque fronteggiare l’inedito e l’ignoto.
Problemi economici, differenti routine di vita ed anche questo richiede un atteggiamento resiliente ed una certa flessibilità per uscirne vincenti.
Abbandonare, il nido, la capanna significherà passare da una condizione claustrofobica ad una condizione agorafobica. 
Il risultato dipenderà dalla capacità di far fronte in maniera positiva alla nuova normalità, ovvero dalla resilienza.
Al rischio della sindrome della capanna, siamo esposti tutti, compresi coloro che non hanno mai avuto questo tipo di problemi.
Cominciate con un atteggiamento step by step, uscendo solo quando è necessario le prime volte, con tutte le precauzioni. Se non ve la sentite, fatevi accompagnare rispettando il distanziamento sociale. Evitate inoltre di essere perennemente sintonizzati sulle notizie legate al Coronavirus.
Praticate hobby, rispolverate passioni. Concedetevi tutte le attività che amate e che vi regalano benessere. Coltivate la resilienza. E se non sapete come fare, prendete in considerazione la lettura del nostro eBook. E’ un modo per allenarvi al benessere e migliorare la qualità della vostra vita.

Marzia Parmigiani
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