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Coronavirus: negli USA più di 100 mila morti

Il conteggio delle morti per Coronavirus negli Stati Uniti ha superato i 100 mila.
Più di 100 mila persone sono morte negli Stati Uniti, a causa del contagio da Covid-19. La notizia è arrivata circa 4 mesi dopo il primo caso noto.
Il bilancio delle vittime è molto più alto che in qualsiasi altra nazione del mondo.
La pandemia è sulla buona strada per essere il disastro peggiore per la salute degli USA, dopo la pandemia di influenza del 1918, in cui morirono circa 675000 americani.
L’ex vicepresidente Joseph R. Biden Jr., presunto candidato alla presidenza democratica, ha pubblicato mercoledì un video in cui ha espresso dolore sostenendo che questo triste traguardo, non avrebbe mai dovuto essere raggiunto.
Ha criticato l’amministrazione Trump per non aver attuato prima le misure di distanziamento sociale, che secondo i ricercatori avrebbero salvato migliaia di vite.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump

Più di un milione e mezzo di casi

Gli esperti sanitari avvertono di una possibile ripresa dei contagi, se le restrizioni vengono allentate. Sebbene il numero di nuovi casi e decessi abbia iniziato a scendere.
Più di 1,6 milioni di persone nel paese sono state infettate. 
Gli Stati nord-orientali degli USA sono stati duramente colpiti e hanno riportato diminuzioni nei nuovi casi anche negli ultimi giorni, nonostante il numero dei morti a livello nazionale sia diminuito.
Il bilancio delle vittime giornaliero a New York, lo stato più colpito, è sceso questa settimana a livelli mai visti da marzo.
Ma un numero persistentemente elevato di casi rimane in diverse città, tra cui Chicago e Los Angeles. 
I casi sono aumentati in Arkansas, North Carolina e Wisconsin.

La revisione delle tempistiche di trasmissione del Covid-19

La maggior parte degli statistici e degli esperti di salute pubblica, tra cui il Dr. Anthony S. Fauci, il massimo esperto di malattie infettive della nazione, afferma che il bilancio delle vittime è probabilmente molto più alto di quanto conta ufficialmente. 
Un modello della Columbia University mostra che sarebbero morte circa 36000 persone in meno, se gli Stati Uniti avessero agito prima.
Inoltre, gli scienziati stanno rivedendo le tempistiche della diffusione del virus.
Secondo un’attenta analisi di centinaia di genomi virali, le prime infezioni confermate in Europa e negli Stati Uniti, scoperte a gennaio, non avrebbero innescato le epidemie successive.
Lo studio ha concluso che quei focolai sarebbero iniziati settimane dopo.
Ad esempio, il presidente Trump ha spesso affermato che vietare l’accesso ai viaggiatori provenienti dalla Cina avrebbe impedito il peggioramento dell’epidemia.
Ebbene, i nuovi dati suggeriscono che il virus a monte dell’epidemia dello Stato di Washington, sia arrivato circa due settimane dopo del divieto imposto il 2 febbraio.
 E gli autori sostengono che l’emergenza relativamente tardiva dell’epidemia significa che un numero maggiore di vite avrebbe potuto essere salvato da azioni precoci, come test e tracciabilità dei contatti.
La nuova analisi non è definitiva. 
La comprensione scientifica del virus si sta evolvendo quasi quotidianamente e questo tipo di ricerca produce una serie di possibili risultati, non una completa certezza.

Fonte: New York Times

 

Marzia Parmigiani 

 

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