Raccontare il Giappone da stranieri: ecco perché quasi sempre si sbaglia

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Raccontare il Giappone.

Raccontare il Giappone da stranieri: ecco perché quasi sempre si sbaglia

“Non sposarti con i giapponesi”; “i giapponesi non amano manga e anime”; “non trasferirti in Giappone”; “il Giappone non è poi così bello”. Queste sono solo alcune di tutte le affermazioni che certi stranieri residenti in Giappone consegnano ai lettori o ai loro seguaci come verità assolute.

Ma siamo davvero sicuri che queste parole siano attendibili?

Noi vi diciamo che non è così semplice e vi spieghiamo il perché partendo dalla psicologia e dalla ricerca scientifica.

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due ragazzi parlano tra di loro con opinioni discordanti sul Giappone, dietro di loro vi è la bandiera giapponese - Raccontare il Giappone da stranieri

Perché questo articolo?

Intanto sappiamo che è altamente probabile che questo articolo non interesserà a nessuno, ma per onestà intellettuale dovevamo occuparcene.

Questo approfondimento nasce dal fatto di essere stanche. Non ne possiamo più di leggere ovunque testimonianze superficiali, se non ottuse, su tutto ciò che riguarda il Giappone.

La certificazione della veridicità delle affermazioni di questi soggetti? Abitare in Giappone. Ma pensare una cosa del genere, sarebbe come dire che basta possedere un pc (o in passato una macchina da scrivere) per essere scrittori.

Vi sveliamo un segreto: non basta abitare in un paese anche in pianta stabile per poterne parlare in modo efficace, realistico o obiettivo.

Certo, una persona può portare la sua esperienza personale e raccontarla. Ma questi soggetti dovrebbero sottolineare che si tratta della loro esperienza personale e non di una regola. Infatti è sbagliato affermarla come verità assoluta per le motivazioni che vedremo di seguito.

Le ragioni che menzioneremo sono basate su teorie, studi e ricerche e non “opinioni personali”.

1) I luoghi comuni sul Giappone raccontati dagli stranieri: non sposarti con un giapponese

Cominciamo a fare qualche esempio. Le persone residenti in Giappone che dicono “non sposate un/una giapponese perché ve ne pentirete”, cosa stanno facendo esattamente? Portano la loro amarezza personale o parlano per “sentito dire” perché magari hanno amici connazionali a cui non è andata bene. E a parte creare sfiducia nel prossimo, non stanno per niente contribuendo alla conoscenza del Giappone.

Il bello è che chi legge si convince che siccome chi racconta abita lì, allora deve essere vero. 

Altro discorso (stiamo inventando) sarebbe dire “sai che il 70% dei matrimoni misti con italiani in Giappone finisce in divorzio”? Ecco, in questo caso, se esiste un report a supporto, allora si stanno semplicemente mettendo a disposizione delle informazioni oggettive e non affermazioni (convinte) dove dal particolare si arriva al generale.

Dall’altro lato, c’è chi in Giappone ha trovato l’amore della vita, ma non per questo magari se ne va in giro a dire di sposarsi con un/una giapponese.

Capite quanto è ingenuo e superficiale avere questo approccio nel raccontare il Giappone o qualsiasi altra realtà?

Si può abitare 20/40/50 anni in un paese, senza saperne cogliere niente, oltre a manifestare anche il classico atteggiamento dello “sputare nel piatto dove si mangia”. In fondo, se non ti piace stare in Giappone o in qualsiasi altro paese estero, perché non torni a casa?

Parliamoci chiaro: non c’è niente di male a fare una scelta di vita come trasferirsi in un paese con l’intento di migliorare la propria condizione e realizzare che in fondo non è stata la cosa giusta. E siamo convinte che chi fa affermazioni come le sopra-menzionate, parta dalle migliori intenzioni, ovvero aiutare chi desidera trasferirsi in Giappone o semplicemente aiutare a comprendere in modo più approfondito quella cultura.

Ma usare esclusivamente la propria esperienza personale (o quella del proprio entourage di amici e parenti) per raccontare un paese è un approccio superficiale, ingenuo e inesatto. Inoltre, rischia di portare avanti e diffondere qualcosa che noi personalmente contrastiamo attivamente: i pregiudizi e gli stereotipi.

Anche noi, che siamo Il Mio Viaggio In Giappone, portiamo la nostra esperienza di questo paese fornendo impressioni personali. Ma il nostro punto di vista è ben consapevole dei limiti soggettivi, culturali e fenomenologici che portiamo con noi. Questo perché ci siamo formate (e continuiamo a formarci) come psicologhe.

Ma non ne possiamo più di leggere un po’ ovunque affermazioni sul Giappone che non fanno altro che distorcere la realtà di questo paese.

2) I luoghi comuni sul Giappone raccontati dagli stranieri: non è vero che ai giapponesi piacciono anime e manga

Un altro luogo comune affermato in modo totalmente ignorante, è che chi viene in Giappone sia convinto che tutti siano appassionati di anime e manga, invece sono “un’invenzione per gli occidentali”.

Ti raccontano che gli appassionati di manga e anime si trovano solo ad Akihabara, Ikebukuro o giù di lì, oppure che se ti vesti kawaii, magari con i capelli colorati, ti percepiranno come ridicolo e ti compatiranno. Ma quando mai? Il fatto che in Giappone la passione per anime e manga sia intensa lo rivelano i dati!

Il 75,87% della popolazione è appassionato di anime e manga ed è un numero enorme considerando i tanti anziani!

Come si fa a dire che non è così per impressioni personali? Vi sveliamo un altro segreto, se non vi piace una cosa è probabile che la sotto-stimerete e viceversa se vi piace! Se date un’occhiata ai dati, negli Stati Uniti, circa il 72% delle persone guarda spesso gli anime. Ciò suggerisce che, in termini numerici, più persone negli Stati Uniti guardano le serie anime rispetto al Giappone.

Tuttavia, se si considera la percentuale della popolazione, il Giappone ha una percentuale più elevata di spettatori di anime.

Esistono diversi metodi per stimare il numero totale di appassionati di anime. Alcuni approcci implicano l’analisi dei dati di ricerca di Google per determinare il numero di persone in una nazione che cercano anime e coloro che li guardano frequentemente. In precedenza, il numero di spettatori degli anime veniva misurato attraverso le valutazioni dei programmi televisivi. Tuttavia, con lo spostamento verso i servizi di streaming e il calo dell’utilizzo della TV via cavo, le statistiche di Internet sono ora viste come un indicatore più preciso del numero di spettatori degli anime in un particolare paese.

Per quel che riguarda i manga, vi basterà osservare la clientela locale di qualsiasi negozio, grande e piccolo, per capire che non è solo il regno dei ragazzini con i capelli colorati, ma ci troverete anche il dirigente 50enne in giacca e cravatta, lo studente universitario e la casalinga.

Poi se chi parla, abita in Giappone, ma non sa leggere il giapponese o non ama i fumetti, ovvio che per lui i manga non esisteranno!

Troppo spesso, quando si parla di Giappone, esistono due tipologie fondamentali di narrazione. La prima è che il Giappone sia un paese da sogno; la seconda è che sia un vero e proprio incubo di conformismo, al di sotto dei lustrini, le insegne colorate e i personaggi kawaii.

Anche noi, quando a volte postiamo delle immagini classiche del Giappone, ci ritroviamo commenti del tipo “non è tutto così bello”, etc. etc. Noi, che invece il Giappone lo raccontiamo nel bene e nel male, parlando sia delle sue bellezze in guide di viaggio, ma anche di bullismo, hikikomori, suicidio, prostituzione, discriminazione di lesbiche, omosessuali e hafu, invecchiamento della popolazione, Yakuza, maleducazione, disparità di genere, concezione della donna e tanto tanto altro.

Il 70% dei giovani giapponesi è finanziariamente insoddisfatto secondo un sondaggio governativo

3) I luoghi comuni sul Giappone raccontati dagli stranieri: se sei un turista e visiti il Giappone non andare a Kyoto o nei posti più famosi perché sono affollati e invivibili

Questo non è solo un luogo comune, ma è ahimè, quasi sempre un consiglio che ci fa arrabbiare, soprattutto quando proviene da un residente in Giappone. “Se vieni in Giappone come turista, evita di andare a Kyoto e altri posti iconici perché c’è troppa gente e non te li vivi bene”. Un conto è suggerire (come abbiamo fatto anche noi, se una persona ha tempo a disposizione) mete secondarie che meritano di essere viste e che sono meno turistiche: lo ha fatto anche di recente il New York Times indicando Yamaguchi fra i 52 posti da visitare nel 2024. Un altro è dare come consiglio quello di non andare nei posti più famosi. Sappiamo tutti che i luoghi più famosi sul pianeta sono soggetti a over-tourism. Ma voi sinceramente consigliereste ad un giapponese in visita a Roma di non andare al Colosseo perché c’è troppa gente?

Il problema è che le persone che vi dicono di non andare probabilmente abitano lì e sono stanche della folla (da un lato possiamo capirlo perché anche noi a Kyoto abbiamo vissuto la ressa). Ma il bello attira e appartiene a tutti e non solo a chi abita in una destinazione privilegiata.

Ecco, spesso i residenti “vendono” questo paese in un modo o nell’altro, però alla fine hanno scelto di viverci. Non saranno mica tutti stupidi, vero?

Questo fatto di raccontare il Giappone come bianco o nero, senza vederne la complessità non solo è sbagliato, ma altamente fuorviante. Da dove viene questa percezione?

Questa percezione binaria è spesso modellata dal metodo induttivo, un processo di ragionamento che inizia con osservazioni specifiche e le misura rispetto alle proprie esperienze per formare generalizzazioni più ampie.

Questo articolo approfondisce perché è sbagliato utilizzare il metodo induttivo nei racconti e nelle esperienze di viaggio o di vita in Giappone e in altri paesi. Il metodo induttivo è un approccio imperfetto nella narrazione di qualsiasi paese, soprattutto quando chi racconta proviene da una prospettiva occidentale (nel caso del Giappone), e come contribuisce alla creazione di stereotipi. Spesso ogni singola opinione soggettiva, diventa “certezza”.

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Elina a Minoh, Osaka

Raccontare il Giappone: cosa è il metodo induttivo?

Il metodo induttivo prevede di fare ampie generalizzazioni basate su esperienze personali limitate. Questo approccio è problematico se applicato a storie di viaggio e rappresentazioni della vita in paesi stranieri come il Giappone. Come abbiamo detto, le persone che utilizzano questo metodo spesso descrivono il Giappone in termini estremi – come un paradiso esotico o come un luogo bizzarro e intollerabile – in base alle loro prospettive ristrette.

Il metodo induttivo e i suoi rischi

Il metodo induttivo si riferisce al trarre conclusioni universali da singoli casi o osservazioni. Una persona che utilizza il ragionamento induttivo potrebbe visitare il Giappone, avere esperienze molto positive o negative durante il viaggio e quindi fare affermazioni radicali sul paese nel suo insieme sulla base dei suoi limitati incontri personali. Ciò può diffondere stereotipi irrealistici e minare la comprensione culturale ricca di sfumature. Ad esempio, un viaggiatore a breve termine a cui capita di provare cibo eccellente e servizi cortesi durante le vacanze può descrivere il Giappone come una destinazione da sogno perfetta. Al contrario, uno straniero che lotta con le barriere culturali o burocratiche potrebbe condannare il Giappone come il peggior posto immaginabile.

In realtà, la verità sul Giappone si trova da qualche parte nel mezzo tra questi due estremi.

 Usare il metodo induttivo nei racconti di viaggio, soprattutto da un punto di vista occidentale, può inavvertitamente perpetuare gli stereotipi. Questo metodo spesso trascura la diversità e la complessità della società giapponese, riducendola a visioni semplicistiche e binarie. Non riesce a riconoscere le sfumature e le varie esperienze degli individui all’interno di queste culture.

Fare affidamento su aneddoti personali e osservazioni limitate per raccontare il Giappone e la sua gente non solo è fuorviante, ma può anche rafforzare stereotipi dannosi.

Sebbene le storie individuali abbiano valore, l’approccio induttivo diventa problematico quando chi racconta presenta le proprie esperienze personali come fatti assoluti. Ciò può perpetuare stereotipi fuorvianti, soprattutto quando chi narra è manchevole di competenze culturali e linguistiche e di metodo.

Il metodo induttivo: definizione e critica

Il metodo induttivo è un approccio logico che implica fare ampie generalizzazioni basate su osservazioni specifiche. Nel contesto dei viaggi e delle narrazioni culturali, questo metodo può essere problematico. Spesso porta alla creazione di stereotipi e a una visione eccessivamente semplificata delle culture complesse. Quando i viaggiatori occidentali, siano essi residenti o nomadi digitali, raccontano le loro esperienze in Giappone sulla base di osservazioni e interazioni limitate, rischiano di distorcere la realtà della società e della cultura giapponese.

Raccontare il Giappone: prospettive occidentali ed esperienza giapponese

Molti espatriati occidentali che vivono in Giappone si ritrovano “troppo immersi” nell’esperienza per valutare oggettivamente il paese ospitante. La loro integrazione nella società giapponese, spesso limitata da barriere linguistiche e culturali, modella una percezione distorta. Al contrario, i nomadi digitali che trascorrono alcuni mesi ogni anno in Giappone mantenendo le proprie abitudini e la propria lingua, possono avere una visione più chiara degli aspetti positivi e negativi. Tuttavia, è importante notare che la vera comprensione e integrazione nella società giapponese spesso avviene solo con la padronanza della lingua giapponese e una più profonda immersione culturale. Il modo in cui sono trattati gli espatriati e le loro esperienze sono significativamente modificati dal loro livello di integrazione.

Raccontare il Giappone: creazione di stereotipi

Gli stereotipi sono idee o credenze eccessivamente semplificate e fisse su un particolare gruppo di persone o luogo. Spesso nascono da convinzioni generalizzate che non tengono conto della diversità e della complessità all’interno di un gruppo o di una cultura. Gli stereotipi possono essere positivi, negativi o neutri, ma sono sempre una riduzione della realtà.

Usare esclusivamente le proprie esperienze per raccontare un paese non è esente da rischi pericolosi per diversi motivi:

  1. Generalizzazione da esperienze limitate: chi si basa sulla propria esperienza, spesso basa ogni conclusione su un piccolo insieme di fenomeni, spacciandoli per realtà assoluta. Questa generalizzazione può portare a stereotipi perché presuppone che ciò che è vero per una parte (in base all’esperienza limitata di quella persona) sia vero per il tutto (l’intero paese o cultura).
  2. Bias di conferma: queste persone potrebbero inconsciamente cercare esperienze che confermino le loro convinzioni o aspettative preesistenti su un luogo. Questo pregiudizio può rafforzare gli stereotipi, poiché è più probabile che i soggetti notino e ricordino i dettagli in linea con le loro aspettative.
  3. Interpretazione culturale errata: il metodo induttivo nel valutare un paese estraneo e diverso dal proprio, spesso manca di contesto culturale. Questi individui possono interpretare comportamenti o pratiche attraverso la lente della propria cultura, portando a malintesi. Queste interpretazioni errate possono poi solidificarsi in stereotipi.
  4. Semplificazione della narrazione: quando si condividono pensieri su un luogo come il Giappone, c’è spesso la tendenza a semplificare. Questa può eliminare le sfumature e le complessità di una cultura, portando a rappresentazioni stereotipate.
  5. Mancanza di prospettive diverse: un punto di vista singolare può trascurare le diverse esperienze e opinioni della popolazione locale, rafforzando così visioni semplicistiche e fuorvianti.

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I punti di forza dei nomadi digitali in Giappone: immersione parziale e osservazione oggettiva

I nomadi digitali che dividono il loro tempo tra il Giappone e i loro paesi d’origine spesso mantengono un livello di distacco e una prospettiva più equilibrata. Questa obiettività permette loro di osservare e vivere la cultura giapponese senza esserne completamente assorbiti. Di conseguenza, potrebbero essere più in sintonia sia con gli aspetti positivi che con quelli negativi, osservandoli con un grado di obiettività che qualcuno completamente immerso potrebbe non possedere.

Mantenendo le proprie abitudini culturali e vivendo periodicamente nei loro paesi d’origine, i nomadi digitali hanno una base di confronto più vivida che garantisce maggiori capacità di approfondimento comparativo.

Possono identificare e apprezzare più facilmente gli aspetti unici della cultura giapponese, sia buoni che cattivi, perché hanno altri punti di riferimento attuali.

Lavorando da remoto a Tokyo

Raccontare il Giappone: i rischi del filtraggio culturale

  1. Condizionamento culturale: gli occidentali apportano il proprio condizionamento culturale alle loro esperienze in Giappone. Ciò include nozioni preconcette, valori e norme comportamentali dei loro paesi d’origine. Queste prospettive radicate possono influenzare la loro interpretazione della cultura giapponese, portando a percezioni distorte o inesatte.
  2. Etnocentrismo: esiste una tendenza naturale a vedere le altre culture attraverso il prisma della propria cultura, nota come etnocentrismo. Ciò può portare a interpretazioni errate o giudizi sui costumi, le tradizioni e le norme sociali giapponesi che differiscono dalle pratiche occidentali.
  3. Bias di conferma: gli occidentali possono inconsciamente cercare esperienze o interpretazioni che confermino le loro convinzioni esistenti sul Giappone. Questa percezione selettiva può rafforzare gli stereotipi e trascurare la più ampia realtà della natura diversificata e complessa della società giapponese.

Perché chi abita in Giappone può dare resoconti distorti? Immersione e impatto sull’obiettività

  1. Fenomeno del “pesce nell’acqua”: quando gli occidentali sono profondamente immersi nella cultura giapponese, possono diventare come “pesci nell’acqua”, così avvolti nel loro ambiente che trovano difficile vederlo in modo obiettivo. L’immersione profonda può portare a una forma di acclimatazione culturale, in cui gli aspetti unici della cultura giapponese sono normalizzati e quindi più difficili da analizzare criticamente.
  2. Investimenti emotivi e sociali: vivendo in Giappone, gli occidentali spesso formano legami emotivi e sociali, che possono influenzare il modo in cui percepiscono e riferiscono le proprie esperienze. Le relazioni personali e il senso di appartenenza possono creare pregiudizi, consciamente o inconsciamente, portando a un’interpretazione più soggettiva della cultura.
  3. Adattamento e assimilazione culturale: nel corso del tempo, gli occidentali che vivono in Giappone possono adattarsi e assimilare alcuni aspetti della cultura giapponese. Sebbene questa sia una parte naturale e spesso positiva della vita in un nuovo paese, può anche significare che iniziano a vedere le pratiche e le norme culturali meno come un outsider (con una lente obiettiva) e più da una prospettiva interna, che potrebbe mancare di critiche realistiche.

Raccontare il Giappone: riflessività nella ricerca sociale e nella creazione narrativa

La riflessività implica il processo continuo di riflessione e analisi sul proprio ruolo e impatto nel processo di osservazione e reporting. Nel contesto della scrittura di viaggio o delle narrazioni culturali, significa essere profondamente consapevoli dei propri pregiudizi, del proprio background culturale e delle potenziali distorsioni che questi possono portare alle proprie osservazioni e interpretazioni. Un autore che ha ampiamente discusso questo concetto, in particolare nel contesto degli studi culturali e dell’antropologia, è Clifford Geertz.

Geertz, un antropologo americano, era noto per il suo lavoro sull’antropologia simbolica e sui metodi interpretativi. Nel suo influente libro “L’interpretazione delle culture” (1973), Geertz sottolinea l’importanza di interpretare una cultura comprendendo i simboli e i significati importanti per le persone di quella cultura, pur essendo criticamente consapevole del condizionamento culturale dell’osservatore.

L’approccio di Geertz sottolinea che le narrazioni più affidabili, in particolare quando si descrive un paese o una cultura, derivano dalla combinazione di dati oggettivi e ricerche con una comprensione riflessiva della propria prospettiva.

Ciò comprende:

  1. Consapevolezza dei pregiudizi dell’osservatore: riconoscere che come osservatore, il tuo background culturale, le tue esperienze personali e le nozioni preconcette influenzano il modo in cui percepisci e interpreti ciò che vedi.
  2. Utilizzo di dati oggettivi: basarsi su dati empirici, statistiche e ricerche per supportare osservazioni e narrazioni. Questi dati servono a verificare i pregiudizi personali e aiutano a fondare le narrazioni su fatti verificabili. Quindi non sono accettabili frasi come “la maggior parte dei giapponesi sono contenti del loro paese” o “gli studenti giapponesi non amano lo studio” o ancora “tutti i giapponesi sono scontenti del loro stipendio” se non si forniscono dati a supporto. Senza base oggettiva, frasi di questo tipo sono solo “impressioni personali”.
  3. Riflessività nella pratica e impegno continuo nel mettersi in discussione: fare un esame critico su come la propria posizione, prospettiva e presenza potrebbero influenzare le osservazioni. Ciò implica mettere in discussione i propri presupposti ed essere aperti a comprendere che la propria interpretazione di eventi o culture è solo una delle tante interpretazioni possibili.
  4. Gestione abile degli errori: Geertz e altri studiosi simili sostengono che la gestione degli errori interpretativi richiede competenze e formazione specifiche. Queste abilità includono il pensiero critico, la capacità di impegnarsi nell’autocritica e la comprensione delle metodologie per condurre ricerche culturalmente sensibili e imparziali.
  5. Bilanciare soggettività e oggettività: sebbene la completa obiettività sia impossibile, lo scopo è trovare un equilibrio tra l’essere un osservatore coinvolto e il mantenimento di un certo grado di distacco. Questo bilanciamento consente una comprensione più articolata e completa dell’argomento.
  6. Impegnarsi con molteplici prospettive: è fondamentale includere una varietà di punti di vista, in particolare quelli delle persone all’interno della cultura osservata. Comprendere la loro prospettiva non solo procura profondità alla narrazione, ma aiuta anche a controbilanciare i potenziali pregiudizi dell’osservatore.

In sintesi, il processo di creazione di una narrazione affidabile su un paese o una cultura implica non solo la raccolta di dati oggettivi, ma anche l’impegno in una pratica riflessiva in cui si valuta e si comprende continuamente l’influenza della propria lente culturale.

Autori come Clifford Geertz ci ricordano che l’osservatore è parte integrante del processo di osservazione e la sua consapevolezza di questa relazione è cruciale per produrre narrazioni penetranti ed equilibrate.

Raccontare il Giappone: collegare le prospettive attraverso l’equilibrio e l’empatia

Un reporting equilibrato ed etico sulle esperienze internazionali richiede empatia, auto-consapevolezza e uno sforzo concertato per unire le prospettive degli outsider e degli insider. Includere intenzionalmente voci e prospettive diverse crea sfumature, mitigando al tempo stesso i rischi dell’induzione. Chi racconta un paese come il Giappone, o qualsiasi altro paese del mondo, dovrebbe rimanere consapevoli di come i propri presupposti culturali e il proprio background modellano le interpretazioni personali.

Raccontare il Giappone: l’importanza di una prospettiva equilibrata

Se da un lato vivere in Giappone offre agli occidentali un’esperienza ricca e coinvolgente, dall’altro presenta anche sfide in termini di mantenimento dell’obiettività. La profonda immersione e la lente culturale attraverso la quale sperimentano il Giappone a volte possono offuscare le loro percezioni, rendendo essenziale la ricerca attiva di equilibrio e auto-consapevolezza nella comprensione del paese e della sua cultura. L’uso del metodo induttivo nelle storie e nelle esperienze di viaggio, in particolare da un punto di vista occidentale, è un approccio imperfetto che spesso porta a un’eccessiva semplificazione e a stereotipi di culture complesse come quella giapponese.

Sebbene le esperienze e le osservazioni personali siano preziose, non dovrebbero essere l’unica base per generalizzare su una cultura.

Chi decide di raccontare un paese, deve adottare un approccio più sfumato ed empatico che riconosca la diversità e la complessità della società che descrive. Allontanandosi dal ragionamento induttivo e abbracciando una prospettiva più olistica e inclusiva, le narrazioni sul Giappone e su altri paesi non occidentali possono diventare più accurate, rispettose e arricchenti.

Il collegamento tra il metodo induttivo e la creazione di stereotipi nel viaggio è significativo e spesso problematico.

In questo articolo abbiamo discusso raccontare il Giappone da stranieri: ecco perché quasi sempre si sbaglia, perché non ne potevamo davvero più di sentire discorsi superficiali dove un’idea personale diventa un “tutto”.

Per evitare gli stereotipi, è essenziale che viaggiatori e coloro che si occupano di divulgazione riconoscano i limiti delle loro esperienze, cerchino punti di vista diversi e affrontino le differenze culturali con empatia e comprensione della complessità.

L’esperienza dei nomadi digitali che vivono in Giappone per una parte dell’anno, pur mantenendo le proprie abitudini e la propria lingua, offre una prospettiva unica per comprendere sia gli aspetti positivi che quelli negativi della società giapponese. Questa dinamica deriva dai contrasti nell’immersione culturale e dall’impatto della lingua sull’integrazione sociale.

Lo stile di vita dei nomadi digitali in Giappone – parzialmente immersi ma che mantengono la propria identità culturale e lingua – consente loro di osservare la società giapponese da un punto di vista unico. La loro capacità di confrontare e contrastare le culture aiuta a riconoscere sia gli aspetti positivi che negativi della vita giapponese. Inoltre, per coloro che imparano e parlano giapponese, c’è un ulteriore livello di profondità nelle loro esperienze, offrendo spunti che spesso non sono disponibili a chi è al di fuori di questi circoli linguistici.

Questa combinazione di immersione parziale e competenza linguistica fornisce una comprensione equilibrata e ricca di sfumature delle complessità della vita in Giappone.

Pensiamo fermamente, che dopo tutto, l’unico modo per osservare o offrire una narrazione attendibile di un Paese – oltre a basarsi su dati oggettivi e fare ricerche con dati alla mano – sia avere la capacità di “osservarsi mentre si osserva”.

Ciò, tenendo presente le possibili distorsioni che possono essere compiute e che solo parzialmente possono essere risolte da chi ha competenze specifiche per gestire questo tipo di errori e non da persone comuni prive di formazione al riguardo. Tutto il resto è solo una testimonianza personale e limitata di una complessità che è impossibile affrontare per intero. Ecco perché è sbagliato utilizzare il metodo induttivo nei racconti e nelle esperienze di viaggio o di vita in Giappone e in altri paesi.

Traete ora le vostre conclusioni da questa disamina. E per il vostro bene, tenetela a mente la prossima volta che qualcuno, nel portarvi la sua esperienza, includa nella sua narrazione un approccio così grossolano e impreciso, almeno per fare un bilancio interiore delle opinioni che vi fate di un luogo o di una qualsiasi esperienza.

E se capiterà alle persone che si occupano di divulgazione sul Giappone di leggere questo articolo, la prossima volta che fate affermazioni forti sul paese che vi ha accolto, almeno unite dati oggettivi a supporto del vostro discorso: questo non solo aumenterà la vostra credibilità, ma sarà un contributo importante per tutti.

firma marzia parmigiani

Riferimenti

Ichijo, A. e Ranta, R. (2016). Food, National Identity and Nationalism: From Everyday to Global Politics, Springer.

Iwabuchi, K. (2015). Pop culture diplomacy in Japan: soft power, nation branding and the issue of “international cultural exchange”. International Journal of Cultural Politics.

Tsuda, T. The Stigma of Ethnic Difference: The Structure of Prejudice and “Discrimination” toward Japan’s New Immigrant Minority, The Journal of Japanese Studies, pp. 317-359 (43 pages),The Society for Japanese Studies.

Halse, C. (2015) Asia Literate Schooling in the Asian Century, Routledge.

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