Visitare Budapest in pochi giorni

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Siamo arrivate con l’auto a Budapest in un fine settimana di giugno. Io non me l’aspettavo così: il profilo irregolare adagiato sulle colline, sembra cingere la parte più a valle, nell’abbraccio dei ponti che le uniscono, che si riflette in un fiume, il Danubio, non solo blu, ma di tanti colori diversi, come se cambiasse umore.

Eppure è una città ordinata che ha qualcosa di Parigi, qualcosa di Vienna ed anche qualcosa di indefinitamente militaresco. In realtà si tratta dell’unione di Buda (la collina), Obuda e Pest (la parte piana).

E nonostante l’Ungheria sia in un paese, forse meno spendibile a livello turistico di altri, questa città è una delle più visitate al mondo. Ma cosa spinge tante persone ad andarci?

Il fatto è che Budapest è un po’ signora moderna ed un po’ prostituta vintage.

Dipende molto da cosa volete trovare. Sicuramente è una meta low cost, visitabile in un weekend (almeno le attrazioni principali), nonostante le dimensioni.Budapest è intrisa di storia realmente amara: ma se la osserviamo superficialmente, vediamo una capitale che ha saputo reinventarsi e ricucire le ferite dolorose che questo popolo ha passato.

Ma le cicatrici, ci sono.Nonostante la vitalità diurna e la movida notturna. Ma solo un occhio attento le coglie.Passeggiando per le sue strade, infatti, è possibile notare targhe commemorative, installazioni e musei dedicati. Da un altro lato poi, parliamo anche della realtà scomoda: Budapest è purtroppo meta anche di turismo sessuale.

Mi ha colpito il fatto che la media femminile è sicuramente molto più curata che in altri paesi d’Europa e poi.. il profumo! Giovani e anziane ci si tuffano secondo me. Come una sorta di femminilità e piacevolezza che pare esser ostentata, forse per compiacere l’altro sesso.

La femminilità è anche in vendita. I night club di Vaci Utca, sono piuttosto famosi e ambiti, anche se pare bisogni fare attenzione. Avvertiamo i ragazzi e gli uomini in cerca di “delizie” ungheresi: sembra che ci siano bellissime donne “buttadentro” di locali che ingannano i malcapitati. Alla fine si trovano a pagare conti ben salati, nonostante l’invito ad entrare solo per bere un drink.

Forse la tanta povertà sperimentata dalle generazioni precedenti, ha portato più cinismo?Comunque proseguendo la passeggiata da Vaci Utca, ci troviamo alla Cattedrale di Santo Stefano (anch’essa attorniata da diversi bar e ristoranti). E proseguendo si arriva al ponte delle catene, opera celebre che per prima ha unito Buda e Pest, nel XIX secolo, ad opera di William Tierney Clark, illuminato e suggestivo soprattutto di notte.

Prima di questo ponte, le parti della città erano unite da ponti mobili, ma d’inverno le condizioni climatiche sfavorevoli, separavano le zone anche per mesi.

Durante una passeggiata sul fiume prendetevi il tempo di andare al monumento delle “scarpe sul Danubio”, a ricordo dei tanti ebrei uccisi sulle sponde con un colpo di pistola alla testa, a gruppi di tre e lanciati in acqua, dopo avergli fatto lasciare, appunto, le scarpe.

Andate nella cittadella fortificata di Pest con i tetti a maiolica e ammirate il panorama dal castello sulla collina (Varhegy) dal quale si gode di una vista favolosa.

Passeggiate accanto al parlamento, ispirato al palazzo di Westminster di Londra.
Budapest è piena di ”étterem”, ovvero ristoranti, più o meno eleganti, tipici e costosi.

Se volete passare una serata carina ed all’aperto, nella piazza Franz Liszt, troverete una distesa di locali con giardino estivo: la nostra scelta è caduta sul Beckett’s Irish Pub (ottima birra, cibo buono, prezzi ancor più buoni).

L’atmosfera suggestiva di Budapest, continua nella visita alla Grande Sinagoga (Nagy Zsinagoga), credo la più grande d’Europa, sita nel quartiere ebraico. Per i dettagli:https://it.wikipedia.org/wiki/Grande_Sinagoga_di_BudapestIn particolare, “l’albero della vita”, finanziato dall’attore Tony Curtis che aveva genitori ebrei di origine ungherese, è davvero toccante. Si tratta di un albero di metallo a testa in giù, dove sulle foglie sono apposti i nomi dei morti a causa del nazismo. Alcune foglie sono vuote, per chi volesse far incidere i nomi dei parenti.

L’albero è a testa in giù per rappresentare il fatto che durante quegli anni bui, il senso stesso della vita, è stato capovolto. Dall’altra parte del giardino della memoria, abbiamo un’altra installazione che rappresenta una vetrata colorata: se si guarda attraverso sembrerà di vedere i palazzi attorno in fiamme, oltre ad un serpente, simbolo del nazismo.

Si vuole, invogliare il visitatore a non dimenticare questo orrore. Il tutto è davvero suggestivo.

Continuando in questa zona, ci troviamo ad una sorprendente realtà della città: i “ruins bar”, nati nei primi anni duemila, da un gruppo di ragazzi che volevano trovare posti economici in cui bere.

Fu così che capannoni dismessi nei pressi del quartiere ebraico, sono stati occupati, decorati, riempiti di oggetti di recupero per diventare veri e propri locali. Risultato? Un posto davvero alternativo, sorprendente ed underground. Non si poteva, ma alcune foto le abbiamo fatte! Super consigliato!La nostra visita si è conclusa a Memento Park.

Un’esperienza surreale per raggiungere un posto dove gli ungheresi hanno pensato bene di mettere tutte le statue dismesse del periodo comunista. I mezzi per arrivarci sono assolutamente scoordinati e difficili da prendere senza perdere svariate ore. Si ha come la sensazione che vogliano dimenticare (a scapito del nome), o che gli ungheresi si vergognino di quel periodo.

Comunque noi eravamo in auto e ci siamo arrivate in mezz’ora (si trova a circa 30 km dal centro). Erano solo le 17.30 e non c’era NESSUNO. Nel parcheggio, una donna bionda fumava con lo sportello dell’auto aperta, mentre parlava al telefono. Scendo dall’auto, mi guardo attorno e spio dai buchi del muro. La desolazione. Il nulla.

Mentre la signora se ne sta andando le chiedo come mai fosse già chiuso e lei risponde che il parco chiude al calar del sole. Ma il sole era ancora alto ed in più gli orari esposti sul portone dicevano altro. Poi se ne va, un po’ scocciata. Capisco allora che lavorava lì, e che probabilmente, dato che non c’erano visitatori, avesse ben pensato di andare via prima, magari a fare la spesa. Stiamo per metter in moto l’auto, quando ci avvicina un uomo, forse un po’ ritardato che capisco esser il custode.

Si esprime a gesti e mi fa vedere le chiavi: per soldi ci avrebbe fatto entrare. Gli paghiamo il biglietto ed entriamo. Una trabant in decomposizione oramai ci balza all’occhio, ma lui ci tiene a farci salire (allora vedo che il volante è della Fiat).

Statue nere, di vecchio e di fatica, enormi, circondate da erba e da incuria che al tramonto diventano un po’ inquietanti. Al centro del parco una stella rossa fatta di fiori. Facciamo qualche foto e usciamo. Il custode ci fa cenno di andar al negozietto per i souvenir. Ma noi ne abbiamo abbastanza. E forse, anche gli ungheresi.

Marzia Parmigiani

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